CAPITOLO V

LA MIA CROCIFISSIONE

Nel crescendo continuo dell'itinerario di padre Pio verso Dio, tra i fenomeni più salienti e significativi, ricordiamo le «ferite» e le «piaghe d'amore».

Il 5 agosto 1918, in seguito ad altre ferite d'amore, riceve lo straordinario favore della trasverberazione, che lo fa «spasimare assiduamente».

Il 20 settembre 1918 ha mani, piedi e costato traforati e grondanti sangue.

Una ferita sempre aperta

Gli studiosi di mistica, guidati dagli stessi mistici, parlano di «ferite d'amore» che, secondo san Giovanni della Croce, sono «alcuni tocchi di amore i quali, come saette di fuoco, feriscono e trapassano l'anima, lasciandola cauterizzata con fuoco amoroso».

La «ferita» nasce nell'anima dalle notizie dell'Amato, che riceve dalle creature «le quali sono l'opera più perfetta di Dio».

Le «piaghe d'amore», anch'esso un fenomeno simile alle ferite ma più profondo, lo stesso san Giovanni della Croce così lo distingue: «la piaga nell'anima si imprime maggiormente e quindi dura di più, mediante la quale l'anima si sente veramente piagata d'amore».

La «piaga» viene prodotta nell'anima dalle notizie delle opere dell'incarnazione del Verbo e dei misteri della fede che sono «le maggiori opere di Dio»; appare all'esterno o trapassando fisicamente il cuore (trasverberazione) o manifestandosi in alcune parti del corpo, come alle mani, ai piedi ed al costato (stigmatizzazione).

La «trasverberazione» — chiamata da alcuni «assalto del Serafino» — è una grazia eminentemente santificatrice: l'anima, «infuocata di amore di Dio», è «interiormente assalita da un Serafino», il quale, bruciandola, «la trafigge fino in fondo con un dardo di fuoco», e l'anima è pervasa da soavità deliziosissime.

Padre Pio ricevette questa grazia la sera del 5 agosto 1918, mentre confessava i ragazzi del seminario cappuccino.

Il «personaggio» si presenta «dinanzi agli occhi dell'intelligenza» — scrive in una lettera del 21 agosto, stesso anno, al direttore spirituale — con in mano una specie di arnese, simile ad una lunghissima lamina di ferro, con una punta ben affilata e che sembrava da essa punta che uscisse fuoco.

«Vedere tutto questo ed osservare detto personaggio scagliare con tutta violenza il suddetto arnese sull'anima, fu tutto una cosa sola (...). Mi sentivo morire (...). Questo martirio durò, senza interruzione, fino al mattino del giorno sette».

Persino le viscere sente «strappate e stiracchiate dietro quell'arnese, ed il tutto è messo a ferro e a fuoco». Da quel giorno è ferito a morte: sente nel più intimo dell'anima una ferita che è «sempre aperta», che lo fa «spasimare assiduamente».

Si vede sommerso «in un oceano di fuoco» — scrive il 5 settembre 1918 — e la ferita «sanguina e sanguina sempre».

Tutto il suo interno «piove sangue e più volte l'occhio è costretto a rassegnarsi a vederlo scorrere anche al di fuori», scrive il 17 ottobre 1918. Il personaggio misterioso non dà tempo al tempo: sulle piaghe antiche ancora aperte, apre delle nuove «con infinito strazio della povera vittima».

Mani, piedi e costato traforati

La grazia santificatrice della trasverberazione in padre Pio è come il preludio della grazia carismatica della stigmatizzazione, da Dio concessa a vantaggio degli altri.

I primi segni del prodigio apparvero nell'autunno del 1910, e lo racconta lui stesso al suo direttore spirituale un anno dopo, perché vinto da quella «maledetta vergogna» che lo attanaglia nello svelare le cose sue.

«In mezzo alla palma delle mani — scrive l'8 settembre 1911 — è apparso un po' di rosso quanto la forma di un centesimo, accompagnato anche da un forte e acuto dolore in mezzo a quel po' di rosso. Questo dolore era più sensibile in mezzo alla mano sinistra, tanto che dura ancora. Anche sotto i piedi avverto un po' di dolore».

In seguito scomparvero i segni, ma continuarono i dolori: «dal giovedì sera — scrive il 21 marzo 1912 — fino al sabato, come anche il martedì è una tragedia dolorosa per me. Il cuore, le mani ed i piedi sembrami che siano trapassati da una spada; tanto è il dolore che ne sento».

Poi il prodigio del 20 settembre 1918 e da allora rimase permanentemente visibile.

Dopo ripetute richieste del direttore spirituale e superando la enorme ripugnanza che sentiva nel dover parlare di un favore così straordinario, padre Pio il 22 ottobre 1918 gli invia un commovente e verace ragguaglio dell'avvenimento: «Cosa dirvi a riguardo di ciò che mi dimandate del come sia avvenuta la mia crocifissione? Mio Dio, che confusione e che umiliazione io provo nel dover manifestare ciò che tu hai operato in questa tua meschina creatura!».

La mattina del 20 settembre, durante il ringraziamento della santa Messa, in coro gli apparve lo stesso «misterioso personaggio» del 5 agosto, ma «con le mani ed i piedi ed il costato che grondava sangue».

La sua vista lo atterrisce, si sente sbalzare il cuore dal petto, il personaggio si ritira «ed io mi avvidi che mani, piedi e costato erano traforati e, grondavano sangue. Immaginate lo strazio che esperimentai allora e che vado esperimentando continuamente quasi tutti i giorni».

* * *

Padre Pio non ha mai cercato né desiderato vie straordinarie per amare il suo Signore.

Diffidava sempre di sé di fronte a fenomeni fuori dell'ordinario, con cui la divina bontà arricchiva la sua vita e si acquietava e rasserenava, affidandosi al giudizio dei suoi direttori spirituali.

Di fronte al fenomeno della trasverberazione rimane sconcertato e «non è questa una nuova punizione — scrive a padre Benedetto il 21 agosto 1918 — inflittami dalla giustizia divina? Giudicatelo voi quanta verità sia contenuta in questo e se io non ho tutte le ragioni di temere e di non essere in una estrema angoscia».

Padre Benedetto, che non era frettoloso a pronunciarsi su certi fenomeni, questa volta con una risposta rapida, chiara e illuminante, da autentico maestro di spirito rassicura il suo diretto: «tutto quello che avviene in voi — risponde il 27 agosto 1918 — è effetto di amore, è prova, è vocazione a corredimere, è fonte di gloria (...). La vostra è una unione dolorosa. Il fatto della ferita compie la passione come compì quella dell'amato sulla croce (...). Baciate la mano che vi ha trasverberato e stringetevi dolcissimamente cotesta ferita che è suggello d'amore».

Di fronte allo «strazio» ed alla «confusione» delle stimmate, padre Pio rivolge al Signore i «gemiti del mio povero cuore», perché ascolti e ritiri da lui tale «operazione». Gesù che è «tanto buono» gli deve fare questa grazia, togliendogli almeno la confusione che esperimenta per i «segni esterni: innalzerò forte la mia voce a lui e non desisterò di scongiurarlo, affinché per sua misercordia ritiri da me non lo strazio, non il dolore, perché lo veggo impossibile ed io sento di volermi inebriare di dolore, ma questi segni esterni che mi sono di una confusione e di una umiliazione indescrivibile ed insostenibile».

La Provvidenza divina non esaudì il cocente desiderio del suo prediletto: non ritirò «i segni» dal suo corpo, perché doveva essere segno ai figli degli uomini brancolanti nelle tenebre, crocifisso assieme al crocifisso Signore.